Ombra e luce

Fare i conti con la storia del proprio passato

La difficoltà di “fare i conti con la storia del proprio passato” è la causa della mancanza di un’identità nazionale italiana secondo lo storiografo De Felice, e anche secondo Ernesto Galli della Loggia, un’identità, crollata con l’8 settembre 1943 (Proclama Badoglio, Armistizio anglo- americano).

Ma altri storici vedono la Resistenza come l’inizio della rinascita nazionale e il tentativo di riscattare dopo vent’anni l’accettazione della dittatura fascista e di creare una nuova Italia retta da un parlamento e da un governo democratico.

In un paese dove molti erano stati fascisti attivi o passivi, fu obbiettivamente difficile definire i limiti dell’epurazione: dalla incerta e compromissoria strategia di ricambio post-fascista inaugurata da Badoglio, alla manovra moderata di offrire in pasto alla pubblica opinione alcuni fascisti-simbolo, capri espiatori chiamati a pagare le colpe di un’intera classe dirigente, dagli atti di giustizia sommaria compiuti nel famigerato “triangolo della morte”, all’amnistia del giugno 1946, fortemente voluta dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, che deluse le speranze di quanti avevano ritenuto che la fuoriuscita dal fascismo significasse altresì la creazione di una nuova Italia. Non si vollero o non si poterono colpire gli uomini veramente colpevoli da un lato e dall’altro furono colpiti, in massacri compiuti dalla furia ideologica di una frangia di partigianesimo deviato, anche degli innocenti , di cui molti erano stati antifascisti o addirittura preti cappellani della resistenza, che vennero eliminati per aver criticato dal pulpito gli abusi della lotta di liberazione.

Il fascismo è regime politico di massa in cui le masse sono mobilizzate e vi è un rapporto diretto capo-massa; è fondato sul sistema del partito unico e della milizia di partito attraverso un regime di polizia e controllo dell’informazione e propaganda. Per Mosse il nazionalsocialismo fece suoi la nuova politica e gran parte del patrimonio culturale su cui si fondava: infatti, per esempio Hitler si trovò ad agire all’interno di una realtà caratterizzata da un culto nazionale (con valore di autocoscienza nazionale) e di uno stile politico (che faceva appello ad aspirazioni radicate con i suoi miti e simboli), già maturi e autonomi e apportò ad essi un apporto personale e specifico. Il fascismo non ha creato dunque una realtà culturale ma si è solo inserito a proprio vantaggio.

Furono i miti e i culti dei movimenti di massa a dare al fascismo una base dalla quale operare e lo misero in grado di rappresentare un’alternativa alla democrazia parlamentare. Negli individui facenti parte delle moltitudini si determina una regressione dell’attività psichica, si annulla la parte cosciente e si ha un predominio di quella inconscia, cosicché le folle non sono mai illuminate dalla luce della ragione. Si forma un’anima collettiva, possente ma transitoria, convergenza dei sentimenti e idee dei singoli verso un’unica direzione. La folla costituisce così un unico corpo ed è sottomessa alla legge dell’unità delle folle. Essa aggiunge caratteri nuovi, diversi da quelli ancestrali (inconsci, legati ereditariamente alla razza, stabili e che costituiscono l’anima di un popolo). L’anima della folla fa agire gli individui in modo diverso da come agirebbe da solo. Non vi è somma o media degli elementi, ma creazione di nuovi elementi. E’ una creatura nuova e provvisoria con certe caratteristiche.

Benedetto Croce, dopo un periodo iniziale di simpatia per il fascismo, nel 1925 dichiarò apertamente il proprio dissenso, redigendo un “Manifesto degli intellettuali antifascisti” (in contrapposizione a un “Manifesto degli intellettuali fascisti” pubblicato poco prima per iniziativa di Giovanni Gentile) nel quale si sottolineava la povertà culturale dell’ideologia mussoliniana e se ne respingevano i valori e i metodi d’azione. L’opposizione di Croce che nasceva dal suo pensiero razionale e liberale e che fu tollerata per il prestigio internazionale di cui godeva il filosofo, fu esclusivamente morale e intellettuale, ma fu importante come punto di riferimento per giovani e intellettuali.
Croce prima in un articolo per il “New York Times” del novembre 1943, poi nel discorso tenuto il 28 Gennaio 1944 a Bari al primo congresso dei comitati di liberazione e poi più diffusamente in un’intervista (B. Croce ,”Scritti e discorsi politici,Bari 1963) formulò l’ipotesi che il fascismo non fu escogitato né voluto, né sostenuto da alcuna singola classe sociale ma una malattia morale,“uno smarrimento della coscienza, una ubriacatura prodotta dalla guerra” e che tale smarrimento non fu solo italiano ma di tutti i popoli che avevano partecipato alla guerra ’14-’18.

In Germania Meinecke (F. Meinecke, La catastrofe in Germania, trad it, Firenze 1948) sostenne che il nazionalsocialismo e il fascismo avrebbero rappresentato una deviazione dalla linea evolutiva che l’Europa aveva sin lì seguito; l’illusione illuministica, la mobilitazione delle masse, provocata dalla Rivoluzione francese e dalla rivoluzione industriale, la conseguente irraggiungibile aspirazione alla felicità delle masse trasformatosi in bramosia di guadagno e volontà di potenza avrebbero portato alla rinuncia della libertà in nome appunto della felicità. La prima guerra mondiale, con la crisi dei valori morali, l’esaltazione degli impulsi negativi e in Germania la crisi economica, ruppero l’equilibrio tra impulsi razionali e irrazionali. Tutto appariva giustificato in nome del profitto nazionale.

Fu come se l’aspetto d’ombra di quei popoli avesse preso vita emergendo da un magma indefinito, ma che era lì, pronto a prender forma.

Già Freud riprendendo le Bon, riconduce il governo dell’anima delle masse all’inconscio; rispondendo ad una lettera di Albert Einstein che gli chiede del perchè la massa si lasci infiammare fino al furore e alla guerra, puntualizza come la potenza di una comunità, tenuta insieme da legami emotivi, può riuscire ad opporre il diritto alla violenza. Due le pulsioni dell’uomo: quelle che tendono ad unire e conservare (Eros) e quelle che tendono a distruggere e uccidere (pulsione di morte che diventa distruttiva quando si rivolge all’esterno). La mescolanza tra questi impulsi distruttivi con altri erotici e ideali ha impedito per tanto tempo il loro riconoscimento.

La storia è costellata da infamie: la Shoah, i gulag, la tratta dei neri, popoli interi sono periti e continuano a perire nei secoli in violenze indicibili e sottoposti all’ulteriore violenza dell’oblio, cancellati perfino dalla memoria, senza che noi ne abbiamo la consapevolezza. La memoria è il senso della coralità di tutti gli uomini, anche di quelli in quel momento non visibili che esse rende presenti (Claudio Magris).

Se c’è una malattia essa non è del singolo individuo, ma della civiltà. La presenza della morte, la voluttà di annientamento, è il simbolo di una condizione generale, epocale della società e trascrive metaforicamente la consapevolezza di una crisi storica. Portare alla luce i mostri che abitano i sotterranei dell’anima, recuperare l’ombra che abita in ciascuno di noi e riconoscerla senza negarla, attingere a quello che Jung chiama inconscio collettivo può essere una strada per leggere gli aspetti oscuri della storia.

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