Razza umana

Alè Alè

Mi chiamo Alberto Maria Mazza, sono nato a Milano, studio Relazioni Internazionali a Ginevra, mi piace fare fotografie, amo i vernissage e vorrei fare il “politico” perché mi piace, nonostante sia timido, conoscere le persone e capire i loro problemi.
Ho deciso di trascorre parte della mia estate in Africa, precisamente a Nairobi in un campo per la riabilitazioni di ragazzi di strada. In questo mio scritto vi riporto quello che ho provato e le idee che ho maturato; prima però vorrei spiegarvi il significato del titolo e il motivo per cui ho deciso di intraprendere questo viaggio. A volte capita di sentirsi solo, triste e senza energie; in quel momento dico “Alè” “Alè” per aiutarmi a trovare l’energia dentro di me. Quando sento me stesso e credo in me, nulla diventa impossibile. E non mi preoccupo quando urlando “Alè” “Alè” incontro persone che si allontanano: esse probabilmente torneranno. E probabilmente qualcuno si avvicinerà e inizierà ad urlare “Alè” “Alè” con me. E’ stato proprio il desiderio di incontrare e conoscere persone che con me potessero urlare “Alè” “Alè” ( e questo per me è fare il “politico”) che mi hanno spinto nel cuore del continente nero.

Quando sono partito non sapevo bene cosa aspettarmi. E’ stato come un salto nel buio, ma la curiosità e la voglia di conoscere un mondo nuovo mi hanno portato a Nairobi.
Ho visto cose che pensavo non esistessero, ho visto tanti sorrisi, ho visto anche cose orribili, ho sentito il profumo della savana, ho sentito il tanfo della discarica di Nairobi a Korogocho, ho udito molti “Alè” “Alè”, ho conosciuto persone di ogni genere, ho conosciuto me stesso.
Ho imparato molto dalle persone che ho incontrato in Africa capendo che in fondo l’uomo, nonostante la diversità dei contesti culturali, religiosi, dei percorsi politici, delle economie e degli idiomi, tende a pensare e ad agire nello stesso modo. Le affinità risiedono nella natura stessa dell’uomo, nelle sue spinte propulsive, nei meccanismi di difesa, nei suoi limiti e nella sua tendenza a superarli, nelle sue luci e nelle sue ombre. L’assenza di veri confini biologici all’interno della specie umana (come la distribuzione crinale dei caratteri genetici, l’antropologia biologica e lo studio dei flussi migratori testimoniano) è solo la riprova di quanto già agli albori della storia dell’umanità, i primi filosofi e tutti coloro che cercano delle risposte intuirono: l’universalità della natura dell’uomo.
Inoltre una delle cose che maggiormente mi ha colpito dell’Africa, oltre all’enorme povertà e alle difficili condizioni di vita, è il forte senso di comunità che si respira. Nel mio paese d’origine, in Europa e nel mondo occidentale vi è un minor senso di comunità. Qui tutto funziona perfettamente (o quasi) ma le persone sembrano in realtà “funzionare” peggio: l’avere tante cose, avere tanti servizi e comodità, oltre al bene prezioso della vita, ci allontana dalla coscienza piena del nostro essere ,dalle altre persone e dalla vita stessa.
Invece in Africa, dove nulla funziona, dai trasporti alle infrastrutture, le persone “fanno molta comunità” e così “funzionano” molto. Le persone in Africa non avendo nulla, se non la vita stessa, sono pienamente coscienti del valore che essa ha.

Si torna dall’Africa apparentemente uguali ma in realtà si ha una coscienza e conoscenza più profonda di se stessi. Nascono nuove idee e nuovi progetti ma sono solo semplici “idee”. Come dice Alex Zanotelli, Comboniano che ha passato diversi anni della sua vita a Korogocho:

“Non siete uomini perché avete idee ma siete uomini perché riuscite a relazionarvi con altri uomini e crescete in umanità.”

e dunque

“Alè” “Alè”.

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